LUCIANO MASSARI

Easter Island Project

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LE ORIGINI DEL GESTO

Si ritorna all’origine: all’origine della vita, della luce, della poesia, della parola, del segno, del pensiero, del gesto, dell’arte, all’origine di sé.
E in questa origine, nel ritorno alla purezza e nella liberazione dagli orpelli del quotidiano si è destata in me la percezione di una radice universale, di una generazione e di una fonte comune e familiare. La mia “grande roccia” a Carrara  rappresenta il primo legame imprescindibile, la radice, ciò che sta al principio.
Da Carrara ha avuto inizio il mio viaggio a Rapa Nui; dalla conoscenza, dalla coscienza delle mie radici che ritrovo nelle “mie” cave. Salendo in alto, lungo i sentieri che conducono
ai profondi spacchi ho iniziato a vedere la mèta.
Un significato insolito si svela nel porre l’isola di Pasqua come mèta di un viaggio; sapendo di dover raggiungere “l’ombelico del mondo” sorge il presagio di un percorso antico, primordiale.
Tutte le esperienze entusiasmanti che si possono vivere nei siti più originali, tutta la ricchezza sperimentabile attraverso le culture più singolari è messa in ombra dal richiamo ancestrale che questo luogo pone alla ragione.
Le migliaia di isole al mondo, con tutto il loro fascino, non sono in grado di condurre l’esperienza ad una tale radicalità di domanda come quella che desta questo triangolo di terra abbandonato nell’infinito.
Si parte con l’impressione di andare alle origini ed ecco, subito, qui essa si incarna nella possibilità di sperimentare una circostanza, un avvenimento unico. L’incontro con questa
realtà libera l’io da quella crosta di sovrastrutture che ricopre la nostra umanità e che impedisce di far emergere in modo cristallino e limpido le domande più profonde, più vere, più radicali.
Il lavoro comune è una grande forza, perché l’io è strutturalmente
fatto per un rapporto.
Il senso e l’esito di una collaborazione non è mai pari alla somma delle singole esperienze e delle personali capacità; non è come effettuare un’operazione matematica di tante genialità che si addizionano. È molto di più.
L’opera avviata e realizzata con Marco Nereo Rotelli, la nostra decisione a coinvolgerci insieme in questa avventura ha fruttato il possesso di un patrimonio inimmaginabile: un’esperienza di abbondanza nella quale le volontà, le intelligenze si sono fuse producendo una ricchezza creativa che ogni singolarità non saprebbe compiere pienamente e in cui il proprio essere è esaltato.
Il Mana ha compiuto il resto. Ci ha condotti all’origine del gesto dedicandoci la forza creativa del messaggio sacro, esaltato dalla potenza espressiva di Giovanni Paolo II: “I te Hora o To’u ‘Ati, E Haka Hagu to’u Kuhane”, nei momenti di crisi lo spirito deve farsi forte.
L’imponenza delle cime dai profili sfrangiati o il silenzio dei deserti rocciosi testimoniano e raccontano di migliaia di anni e di vicende umane, aprendo l’animo a profondità inaspettate e inimmaginabili: il senso del nulla e di una totale inospitalità che si accompagnano ad un’immensa sensazione di mistero, di rapporto, di scambio.
È quasi paradossale l’avventura che si vive incontrando la durezza della roccia e della pietra e accorgersi che quest’asprezza costituisce una presenza amorosa e amicale. Si può capire cosa significhi la speranza. Speranza che possa accadere qualcosa di impossibile: il miracolo.
Chi ha fatto l’esperienza di avvicinarsi all’asprezza della pietra, alla natura selvaggia della roccia, ha vissuto, anche solo in modo intuitivo, la contraddizione profonda di  comprendere cosa è il nulla e di sperare il tutto che può accadere.
E chi invece con la pietra ha un rapporto quotidiano, ha imparato che essa può diventare la materia prediletta. L’immensa fatica di rapportarsi a lei, cavandola, spaccandola,
scolpendola e accarezzandola, fa sbocciare, nascere e crescere un rapporto amoroso unico, intrigante, avvincente.
Il duro lavoro dei cavatori, degli scalpellini e degli scultori trova la sua soddisfazione nella docilità delle arenarie, conforto e forza nei graniti o nei marmi.
Il legame che è nato, e che continua a svilupparsi è unico, più profondo di quello materno e più intenso di quello amoroso: il rapporto fra la creatura e il suo creatore.

È un legame millenario che ha visto impegnarsi l’energia di migliaia di uomini che hanno trovato nella pietra motivo di lavoro, di sostentamento, di difesa e anche di espressione e comunicazione.
La pietra si è fatta compagna al cammino umano, ed è diventata testimone della vita, raccontando con forza millenaria e incorrotta: questa sua caratteristica intrinseca ne ha fatto il termine di confronto essenziale per l’opera costruttiva dell’uomo.
I manufatti più comuni della vita quotidiana sono ricavati dalla pietra; utensili, oggetti di uso comune che testimoniano attività, abitudini, sistema di vita, quindi una cultura. La pietra diventa poi casa, riparo, fortificazione, ma anche alfabeto primordiale, forma, segno: e la comparsa dei metalli non ne mette in ombra la sua funzione ma, anzi, ne esalta tutte le proprietà intrinseche e permette di iniziare la ricerca di una perfezione tecnica e formale.
Lei ci racconta di uno sforzo di comunicazione ma anche di un cammino di ricerca linguistica, di indagine, di mediazione per divenire nel suo volume stesso, segno e poesia.



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