LUCIANO MASSARI

Terre Silenziose

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Terre silenziose – Luciano Massari

A cura di Marco Senaldi.

TERRE SILENZIOSE
Palazzo Binelli — Carrara

“Non ha l’ottimo artista alcun concetto c’un marmo solo in sé non circoscriva col suo superchio, e solo a quello arriva la man che ubbidisce all’intelletto.”
Michelangelo

Per Massari, non a caso docente di scultura, “il marmo è un fatto mentale”. Come ben sapeva Michelangelo, la mano che lo tocca e decide di trasformarlo, è mossa da un’intelligenza che si confronta con qualcosa a sua volta di “sensibile”. Il marmo infatti non è solo una pietra, come tendiamo a pensare noi profani che, al massimo, il marmo ce lo mettiamo sotto i piedi oppure ci sbattiamo contro, o lo ammiriamo attoniti. No, il marmo è qualcosa di vivo, qualcosa che lo tocchi e lui ti sente, lo chiami e ti risponde. Il marmo, minerale nato da ancestrali movimenti tellurici, è una pietra metamorfica, non solo in senso geologico ma anche estetico – nel senso che cambia continuamente: duro, può diventare sensuale e persino morbido; freddo, riesce ad assumere curve che nascondo tepori sconosciuti; bianco, può raccogliere tutte le sfumature cromatiche del mondo. Non è nemmeno pesante a essere precisi, perché basta capire come fare a muoverlo e con una leggera pressione puoi spostare blocchi maestosi – dato che anche il peso, come il volume, la forma, la grana, il colore, sono tutte qualità materiali, attributi positivi con cui ogni volta devi metterti in relazione.

Ecco, per Massari direi che prima di ogni cosa, l’arte è una forma nobile, ma anche umile, di relazione. Entrare in un rapporto, iniziare a parlarsi: è forse stata questa la più grande sfida che gli uomini hanno incontrato agli inizi della loro storia. Per capire come hanno fatto, Massari si è lanciato in un’avventura artistica e antropologica insieme, andando a finire nel 2011 sull’isola più isolata e lontana del globo, l’isola di Pasqua. E lì, si è messo a dialogare con gli isolani usando il linguaggio più arcaico di tutti, la lingua che precede ogni possibile parola – il gesto che trasforma le cose e dà loro forma – la scultura. Dev’essere stata una bella sfida quella tra i discendenti dei creatori dei misteriosi Moai e un europeo, che, come lui stesso ama confidare, ha imparato a maneggiare lo scalpello da ragazzo imparando l’arte dai mastri carrarini.

Eppure, proprio in quest’improbabile scambio Massari ha affinato ancor di più non solo o le sue doti di creatore, ma soprattutto la sua sensibilità dialogica. Lo testimoniano le sue sculture che dondolano (le Isole), oppure letteralmente navigano, quasi sciogliendosi nell’acqua, o anche si trasfigurano quando, illuminate da un interno chiarore, sembrano quasi sciogliersi in una pasta traslucida, che sublima la materia e la rende altro da sé.

Con Terre Silenziose, la personale che Massari presenta nelle sale di Palazzo Binelli, l’artista si inserisce tacitamente fra i maestosi gessi neoclassici “d’àpres Canova”, in un calibrato scambio di cenni d’intesa. Questa esposizione conferma la vocazione dell’artista al gesto prima che alla forma, all’incontro prima che all’affermazione individuale, al dialogo prima che al monologo. Il suo essere artista implica il desiderio di un confronto che, anche se necessariamente dominato dalla storia, in realtà è dislocato lungo traiettorie geografiche. Rotte del pensiero e insieme paesaggi della sensibilità, le opere di Massari riescono a giocare d’astuzia con lo sguardo dello spettatore, portandolo sempre altrove. Le sue Carte sembrano marmi, e a loro volta, le sue Isole marmoree sembrano mappe, o meglio, topografie di territori sconosciuti, orografie del pensiero, regioni sognate in cui perdersi per poi ritrovarsi. Come dei moai in scala ridotta, sono tracce silenti del nostro passato, testimonianze dell’ignoto continente che è l’anima dell’uomo.
Perché, come la pittura per Leonardo, anche la scultura è “cosa mentale”.

Marco Senaldi