Isola dell’identità installazione Fattoria di Celle Gori Collection – Luciano Massari – 2005
Nel 2005 L’isola dell’identità prende forma sulle acque del lago della Fattoria di Celle – Collezione Gori come un’apparizione silenziosa ma ostinata. Non un’isola nel senso geografico del termine, ma il suo scheletro concettuale, un perimetro in marmo che affiora dall’acqua e suggerisce una terra possibile, più pensata che conquistata. Il marmo disegna i confini, l’acqua li completa, il cielo li confonde. Un triangolo relazionale semplice eppure destabilizzante.
L’opera vive di riflessi. Di giorno il lago rimanda una visione sospesa, quasi ipnotica. Di notte, con il plenilunio, accade qualcosa di più interessante: l’acqua si fa specchio cosmico e i pesci, del tutto indifferenti alla poesia del momento, nuotano come se le stelle non li riguardassero. In questo spazio rarefatto, solo al cielo è concesso riflettersi davvero, perché l’acqua non gli fa da specchio per vanità, ma per naturale vocazione, mentre tutto il resto è chiamato semplicemente a passare. E infatti non li riguardano.. E infatti non li riguardano. Qui sta uno dei punti più sottili del lavoro, la natura continua a fare il proprio mestiere, mentre l’uomo tenta di darle un senso.
Per il Parco di Celle, lo scultore non aggiunge una massa, ma un’idea di soglia. L’isola non emerge davvero, resta incompiuta, come se la sua identità fosse sempre in costruzione. Il marmo, materiale solido per definizione, diventa strumento di un paradosso visivo e concettuale, fissare ciò che per natura è instabile.
Dietro questa operazione c’è Luciano Massari, artista cresciuto all’ombra delle cave di Carrara e poi sparpagliato per il mondo, dall’Isola di Pasqua a Trinidad, passando per Milano. Il viaggio, per Massari, non è turismo culturale ma esercizio mentale. Un modo per misurarsi con se stesso. Non stupisce quindi che, all’inizio degli anni Duemila, l’isola diventi un tema centrale: spazio separato, concentrato, perfetto per riflettere sull’identità.
Il rapporto con il marmo è tutt’altro che strumentale. Massari lo affronta come un interlocutore antico, carico di memoria collettiva. Nella pietra si depositano secoli di lavoro, sopravvivenza, difesa, linguaggio. È materia che ha accompagnato l’uomo abbastanza a lungo da potergli tenere testa. In L’isola dell’identità questa relazione diventa evidente: il marmo non domina il paesaggio, lo ascolta. E, con una calma millenaria, gli risponde.